Tempo e spazio: dimensioni educative

di Chiara Scazziota 10/05/2012

Nel nostra società, che rivendica con orgoglio il primato della civiltà, si vanno intensificando le richieste da parte di genitori e docenti  di interventi specialistici per i ragazzi che, pur non avendo alcun tipo di patologia, né fisica né psichica, soffrono di evidenti disagi: manifestano infatti comportamenti aggressivi, difficoltà di relazione con i compagni e con i docenti, difficoltà ad accettare le regole, disinteresse verso l’apprendimento scolastico, uso eccessivo di fumo, alcol, droga, cibo, internet, gioco d’azzardo. Tutto questo si riscontra quotidianamente nella scuola e nella famiglia che – nonostante l’impegno di progettazione e di accompagnamento – rischiano di perdere efficacia nel loro ruolo educativo.
Paradossalmente,  sia la scuola che la famiglia, come agenzie educative, vivono una contraddizione intrinseca: sono i luoghi in cui si manifesta il disagio, ma a volte, sono essi stessi fonte di disagio. Come intervenire perché i ragazzi che  vivono il disagio della crescita e del cambiamento non lo trasformino in disagio patologico? Quali strumenti dare alla scuola e alla famiglia per affrontare l’emergenza educativa?
Rispondere a questi interrogativi non può prescindere da alcune considerazioni di ordine pedagogico.
La vita come unità bio-psicologica in continuo divenire, matura  attraverso due dimensioni:  il tempo e lo spazio.
Il tempo è un tempo soggettivo, che riguarda la maturazione  biologica delle strutture cognitive-affettive proprie della persona; lo spazio è invece, uno spazio oggettivo, offerto dalla cultura e dalla società  che aspetta di essere “ soggettivizzato “attraverso l’esperienza vissuta”. Questo processo di elaborazione si identifica come processo di apprendimento,  in cui la persona  che riesce a mettere in relazione il suo tempo con lo spazio (esperienza vissuta) costruisce se stesso nella prospettiva dell’autorealizzazione. Nella società globalizzata la relazione tra spazio e  tempo sembra essere  conflittuale e diseducativa tanto che a volte lo spazio sovrasta il tempo; oggi è lo spazio che dà il ritmo al tempo e non viceversa.
Lo spazio dell’esperienza non segue  il tempo personale, infatti non si ha il tempo di vivere  appieno l’esperienza e di maturarne il valore, perché cambia continuamente lo scenario. Lo spazio, sempre più tecnologico, che cambia repentinamente, chiede al ragazzo di essere veloce nell’interiorizzare e nell’apprendere, nel crescere, nell’accelerare il suo essere adulto. Si vive una asincronia tra la sfera emotiva e la sfera razionale, si  consumano esperienze  senza avere il tempo di riflettere e di rielaborare  quello che si è vissuto, per cui non si interiorizzano le regole, non si sviluppa il “Super-io”. Siamo in presenza di un “Io” discrasico con spinte schizoidi che non garantisce alla persona l’equilibrio psico-fisico ma  è piuttosto  fonte di disagio, di confusione, di demotivazione.
“FAI!” è l’esortazione più usata dagli adulti nei confronti dei ragazzi ma se non si tiene conto del tempo personale, il FAI si trasforma in Frustrazione, Ansia, Inadeguatezza. C’è un  disagio che nasce dal percepire  il proprio tempo  più lento  rispetto al mondo, perché l’attesa è vissuta come tempo perso, come incapacità, come insuccesso. Oggi infatti la paura degli adolescenti non è quella di non saper fare, di prendere brutti voti, ma la paura di essere impopolari perché inadeguati nei confronti dei coetanei . Allora ci troviamo di fronte allo  sviluppo di personalità fragili che, da una parte, si autoescludono scegliendo di stare ai margini di un mondo che corre, e che dall’altra parte ricordano al mondo che ci sono diversi tipi di velocità e di  andature tali da fare della lentezza una risorsa.
L’equilibrio tra tempo soggettivo e spazio soggettivizzato  è il tempo educativo, tempo in cui l’azione pedagogica si struttura, tempo in cui l’attesa, che diventa  principio pedagogico fondamentale, non è tempo perso. Nell’attesa si impara a guardare con attenzione, a scoprire i propri talenti, a valorizzare ciò che si ha e che si è.  Nell’attesa si impara a sognare  il futuro e ad accettare il presente. Non a caso negli ultimi anni si è sviluppata la cultura dello Slow (lento) e di tutto quello che comporta, come rimedio allo stress per una qualità della vita migliore. La natura  con i  suoi tempi: tempo della semina, tempo della crescita, tempo del raccolto, ha una funzione educativa e oggi anche riabilitativa (Fattorie sociali).
L’accelerazione dei tempi non sempre è sinonimo di qualità. Nella fretta di raggiungere il risultato c’è la ribellione del ragazzo che, restando escluso del processo produttivo, perché “non al passo”, manifesta comportamenti compensativi che generano:
patologie sociali: isolamento, depressione apatia;
patologie culturali: perdita di senso critico,omologazione, livellamento;
patologie esistenziali: bullismo, violenza, dipendenza da droga o da altro, apatia, depressione ecc); tutte pericolose per se stesso e per gli altri .
Questi fenomeni sono in crescita soprattutto tra le nuove generazioni. L’efficacia educativa parte dall’ascolto dei tempi e della storia (spazio) della persona, è un ascolto  non emotivo, non ideologico ma etico in quanto la persona è valore.
Dunque si può parlare di “crono-pedagogia” che “educa non per concetti, ma per storie”. Una pedagogia che mette in primo piano il TEMPO, favorisce la processualità  dello sviluppo percettivo, cognitivo, motivazionale e comportamentale della persona; imposta l’azione  educativa come  relazione d’aiuto che sostiene l’originalità e l’unicità  del soggetto senza creare gerarchia; determina relazioni autentiche, profonde, che segnano positivamente e danno significato all’esistenza,in quanto sprigionano umanità professionalità impegno e benessere, se non ossessionati dalla fretta. La crono-pedagogia è un invito a rallentare l’accelerazione esponenziale della modernità, basata sul consumo insostenibile di risorse ormai finite, sulla competizione arrogante, violenta e rapace, per aprirsi a vivere il cambiamento antropologico di cui l’umanità ha urgente bisogno.
All’uomo competitivo e individualista di oggi, frutto del sistema economico-finanziario dominante, non si può chiedere di essere altruista e collaborativo se non si struttura un nuovo modello socio culturale. Un sistema che valorizzi il  tempo e spazio personale come dimensioni educative da cui far nascere una persona positiva e ottimista nella prospettiva  che indica Bonneffer: “l’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale interiore, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di sopportare gli insuccessi che nasce dal  percepire se stesso, il proprio tempo e il proprio spazio,  significativo nella società”.
Ai genitori, agli insegnanti agli educatori un invito considerare il tempo e lo spazio come strumenti educativi che generano fiducia in se stessi e nel futuro.

Dott.ssa Chiara Scazziota Pedagogista

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