Fragili o forti ? … Forse tutti e due

Il nostro tempo, devoto all’utilitarismo, tende a rimuovere la dimensione della fragilità, relegando esperienze umane, quali la sofferenza, la morte e la vulnerabilità, a penalità imbarazzanti.

L’obiettivo è desensibilizzare, divenire cinici, freddi. Il mezzo per fare ciò è la spettacolarizzazione della sofferenza e la “chiacchiera”, basti pensare alle tante trasmissioni televisive dove tutti commentano la sofferenza o addirittura la morte brutale di persone.

La richiesta che tutti fanno è: essere forti, soffrire poco o per nulla. Ma è possibile?
Io credo che non accettare la sofferenza non sia una strada percorribile a lungo termine. La situazione sembra proprio all’opposto, sembra quasi che non ci possa essere “forza” senza paura, fragilità. E’ come se l’origine delle due cose fosse unica, due facce della stessa medaglia.

Anche lo sviluppo del linguaggio sembra confermare questa tesi, Galimberti nel suo libro “la casa di psiche” afferma che, con l’evoluzione, le parole hanno perso la compresenza che in origine avevano e che la differenziazione ha comportato contrapposizione e la perdita originaria dell’esperienza emotiva.
Galimberti cita Freud che riferiva: Secondo il glottologo Karl Abel, autore nel 1884 del saggio Sul significato opposto delle parole primordiali, è nelle radici più antiche che si osserva il fenomeno del duplice significato antitetico.

Nel corso dell’evoluzione linguistica questa ambiguità è scomparsa e, perlomeno nell’antico egizio, è possibile seguire tutti i passaggi attraverso i quali si è raggiunta l’univocità del patrimonio lessicale moderno. “Le parole originariamente ambigue si compongono nella lingua successiva in due parole univoche, mentre ciascuno dei due significati opposti assume una particolare ‘riduzione’ (modificazione) fonetica della stessa radice”. Così per esempio già nei geroglifici lo stesso ken “forte-debole” si scinde in Ken “forte” e kan “debole”.
Così scopriamo che emozioni che un tempo erano un tutt’uno non solo si sono scisse, ma sono state forzate a diventare esperienze contrapposte.

In questo momento in cui tutto quello che ci è richiesto per essere riconosciuti è essere forti e prestanti sul mercato e basta non ci è di sicuro richiesto di essere sensibili o fragili. Ma la nostra fragilità, l’altra faccia della medaglia che fine fa così?
Il tecnicismo, in questo caso linguistico, chiude e rassicura, ma non si può pretendere che la nostra esperienza emotiva non ci sta, soprattutto non accetta di essere ridotta ad un mero progetto di vendibilità di immagine.

L’apertura all’esperienza della fragilità comporta sicuramente l’esposizione all’impotenza, ma io credo sia fortemente richiesta perché ci aiuta ad uscire dal vicolo cieco in cui l’ansia, la depressione e il panico ci rinchiudono.

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