L’insuccesso e la depressione da successo

di Gabriella Reda 01/11/2015

Nulla significa infatti restare sempre gli stessi attraverso il tempo quando tutto quello che succede dentro e fuori di noi cambia.
(P. Ricouer)

L’insuccesso

“Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo”.
(Lev Tolstoj)

Tramite le vicende di Anna Karenina, Tolstoj conduce il lettore lungo un percorso di perdizione e di incapacità nel trovare la felicità. La storia ha un esito tragico col famoso suicidio della protagonista che si getta sotto ad un treno in corsa; e il tema principale, tra i tanti che si affacciano all’interno del lungo romanzo, è proprio quello dell’impegno e della fatica che sono necessari per essere felici, rifuggendo i precetti – o, meglio, la mancanza di precetti – dell’alta società in vista di un ideale di vita più autentico. Io e l’altro.. la chiave di lettura è la relazione. Tutti noi abbiamo bisogno di essere “guardati” per esistere. Ma cosa si intende per insuccesso? L’esito negativo di un’impresa o il fallimento nei rapporti umani, o la presa di coscienza di aver commesso degli errori e di non aver raggiunto uno scopo qualsiasi, qualcosa che non è decollato. Il sentimento più comune che si prova è un grave senso di frustrazione che non molti tollerano e che può trasformarsi in resa, in depressione. La non accettazione della realtà di fronte ad un fallimento può portare al suicidio. “si riunivano all’aperto, ora che la stagione lo permetteva, attorno ad un tavolinetto del caffè sotto gli alberi di via Veneto. Venivano prima i Groa, padre e figlio. E tanto era la loro solitudine che, pur così vicini, parevano l’uno dall’altro lontanissimi. Appena seduti, sprofondavano in un silenzio smemorato, che li allontanava anche da tutto, così che se qualche cosa cadeva loro per caso sotto agli occhi, dovevano strizzare un po’ le palpebre per guardarla”… (Luigi Pirandello, L’uomo solo). I personaggi della novella sono privi della figura femminile, chi per una morte, chi per un tradimento e vivono la mancanza di una donna come un insuccesso esistenziale, un peso troppo pesante da sopportare.

La depressione da successo

“Ben presto sentì che nell’animo suo s’era destato il desiderio dei desideri: la malinconia” (ibid.)

La depressione da successo è quella che si riscontra dopo che una meta a lungo agognata, ed il cui raggiungimento è costato lunghi sforzi e sacrifici, viene finalmente raggiunta proprio quando ci si accorge che tutte le energie utilizzate per superare una situazione negativa sono rese inutili dall’ottenimento dello scopo. Senza rendersene conto l’inconscio si sintonizza sul canale che guida automaticamente e quotidianamente scelte e comportamenti, in questo caso è il canale della malinconia e della tristezza. L’infelicità può essere generata da un desiderio appagato: “e così Vronskij, non potendo neppure frequentare l’alta società locale a causa della situazione incresciosa in cui si trovò, si dedicò a vari passatempi e in particolare all’arte, cercando prima nel collezionismo e poi direttamente nella pittura una forma di appagamento per quella felicità non raggiunta: se la realizzazione del suo massimo desiderio non gli aveva dato la felicità, allora rispondeva aumentando i desideri.”

Come possiamo dunque interpretare questo tipo di malinconia che non è classificata nei manuali? Probabilmente attraverso un’analisi esistenziale (citiamo a questo punto Romolo Rossi) tenendo conto che alcune persone posseggono la regola di un fondo tragico della vita, di fronte a cui quella che si definisce normalità consiste nell’uso di quel tanto di difese inconsce, di negazione, di trionfalismo e di micromaniacalità che permette di non riconoscere la propria insufficienza. D’altronde è la perdita dell’oggetto la chiave della depressione, sia sotto la luce delle relazioni oggettuali che della sistemazione degli oggetti interni, perdita come destino ineluttabile dell’uomo, non disgiungibile dalla sua evoluzione per la continua distruzione dei legami connaturata all’esigenza del procedere verso una nuova realtà. Di fronte alle opportunità e alle novità ritorna quella percezione dell’immutabilità sforzandosi con tentativi disperati di mantenere tutto com’è sempre stato. Il nuovo non decolla, anzi non parte e la persona si arresta nel tempo e nello spazio che rappresenta il correlato affettivo del collasso dell’autostima dell’Io, incapace di soddisfare le sue aspirazioni narcisistiche ed impotente nel controllo degli oggetti (Bibring), oltre che non in grado di instaurare nuovi rapporti soddisfacenti.

Il tempo e la sua finitudine

Il tempo non è solo il recinto in cui costringere il passato, presente e futuro, ma si dispiega secondo modalità specifiche che contrassegnano il divenire dell’uomo, evidenziando altresì i suoi limiti e la sua finitudine (M. Heidegger) .

Ognuno di noi percepisce il tempo come divenire e proprio per questo cerchiamo di riempirlo con il quotidiano, per non pensare alla sua ineluttabilità e alla sua fine inesorabile. Attesa e speranza hanno a che fare con il futuro la differenza è che l’attesa è passiva in quanto vive il tempo come qualcosa che viene verso di noi (un evento che ci aspettiamo che arrivi), la speranza è invece attiva perché ci spinge verso il tempo come dimensione assegnataci per la nostra realizzazione. La mortificazione di un’esistenza depressiva porta alla negazione della vita stessa.

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