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di Sanny Costanzo 09/07/2011

Adolescenti e disturbi del comportamento alimentare

L ’adolescenza rappresenta una fase  critica della vita dell’individuo: da una parte  incalzano le preoccupazioni, gli ideali e le ansietà, dall’altra inizia il confronto  con i cambiamenti legati all’aspetto fisico, cognitivo e sociale. Non è facile essere adolescenti al giorno d’oggi: i giovani sono significativamente influenzati dai mass-media e spesso falsamente o per nulla informati sulle situazioni di disagio personale e/o dei coetanei; questo influenza notevolmente l’esperienza emotiva e la costruzione dell’immagine di sé. Si può inoltre sicuramente affermare che le abitudini alimentari dei giovani non sono corrette e ciò è una diretta conseguenza di una cattiva educazione alimentare che inizia dall’infanzia se è vero, come riporta l’UNICEF, che il 35% dei bambini italiani ha problemi di sovrappeso. Inoltre l’IRSEA (Istituto per le ricerche sociali, economiche e ambientali ) ha di recente pubblicato i risultati di un’indagine fatta con i ragazzi delle scuole superiori dove si evidenzia che i ragazzi hanno una dieta ipercalorica ed eccedono con l’alcool e le ragazze si sottopongono a diete rigide anche quando non è assolutamente necessario. L’adolescenza, per una serie di mutamenti anche ormonali e fisiologici, è un’età critica e per di più inserita in un contesto culturale e sociale che spinge oltre misura verso la competitività e la ricerca della perfezione estetica. Questi importanti cambiamenti fisici e psicologici rendono le persone più insicure e vulnerabili alle influenze sociali, ad esempio nel confronto con il gruppo dei pari e, in particolar modo, nel riferimento ai modelli di bellezza propugnati dai mass media. Il corpo è il grande protagonista, con le sue trasformazioni e l’irrompere della sessualità ed in questa fase la costruzione della propria identità e della propria autostima passa anche attraverso la ricerca del corpo perfetto: piccole variazioni di peso, normali in questa età e legate ancora a motivi ormonali, diventano allora motivo di insoddisfazione di sé e di autodenigrazione. La risposta a questa disistima porta ad adottare dei regimi alimentari, spesso restrittivi e non adeguati. Qualsiasi forma di limitazione alimentare, praticata non solo attraverso la dieta, ma anche con comportamenti volti a controllare il proprio peso (vomito, uso di lassativi, ecc.), aumenta considerevolmente il rischio di sviluppare un disturbo del comportamento alimentare che, ad oggi, rappresenta la patologia più diffusa nella società occidentale dell’ultimo ventennio .
Certamente l’adolescenza è un periodo di transizione, di passaggio all’età adulta; ma altrettanto indubbiamente proprio in questa fase gli adolescenti corrono maggiormente il rischio di sviluppare un disagio.  I disturbi del comportamento alimentare rappresentano proprio un agito sul proprio corpo, una parziale difesa nei confronti dell’elaborazione mentale,veicolo preferenziale per comunicare e mostrare un disagio psicologico.
Nella patologia del comportamento alimentare il cibo viene svuotato della sua funzione di nutrire, crescere  per diventare oggetto di rifiuto ostinato ed espressione di conflitti e tensioni familiari.
Ad accrescere  questa situazione conflittuale subentrano spesso anche   modelli di bellezza irraggiungibile,  l’immagine corporea ideale che corrisponde ad un corpo magro, scattante, atto a mostrarsi.
Al soggetto magro e attraente sono associati attributi positivi, a quelli in  soprappeso attributi negativi sanciti dalla moda e dal nostro ambiente culturale occidentale che non accetta la ragazza grassa per lo più destinata ad essere solitaria e rifiutata. Ma è proprio tale pressione sociale e psicologica agente in senso inibitorio a bloccare  il riconoscimento percettivo degli stimoli della fame.
Viene costruita un’immagine di sé strettamente legata a tratti fisici che vedono e pongono la magrezza come segno di valore e di bellezza (magro è bene; grasso è male). Tutto ruota intorno al corpo come fonte di autonomia, di controllo e di sicurezza. Le donne, in particolare le ragazze più giovani, sono più vulnerabili degli uomini a questo aspetto per motivi legati all’educazione e al contesto socioculturale: sono molto sensibili al giudizio degli altri e il valore personale è maggiormente legato all’immagine esteriore. Per le ragazze il corpo è un potente mezzo di comunicazione e di relazione, essere magre può diventare il requisito indispensabile per essere e sentirsi accettate. Questo è il messaggio forte che manda la società. Le ragazze sanno che gli uomini guardano il loro corpo e vengono educate ad essere guardate; avere un corpo che rispetti i canoni estetici imperanti diviene una sorta di necessità per le relazioni sociali.
Generalmente sono presenti tratti di personalità caratterizzati da perfezionismo. Si tratta di ragazze ambiziose, con ottimi risultati a scuola e nelle attività che intraprendono, che mostrano un impegno e una tenacia spesso considerati prova di grande maturità e responsabilità. Quasi sempre questo atteggiamento di dedizione e sacrificio nasconde una bassa autostima e una profonda insicurezza personale, che esprime il timore di non essere accettati dagli altri per quello che si è. La persona pensa che potrà essere accettata solo a condizione di dare il massimo delle proprie possibilità senza la minima smagliatura. Nelle persone che si ammalano questi tratti vengono spinti all’esasperazione, viene eliminato qualsiasi impegno che non abbia a che fare con lo studio o l’attività su cui si è investito, la paura di deludere e di fallire è grande. Il giudizio altrui viene valutato l’unico modo per stimare il proprio valore. Molte ragazze sono assolutamente convinte di non essere come gli altri le vorrebbero e a questa idea si adeguano cercando in tutti i modi di soddisfare aspettative altrui.
Nella maggior parte dei casi a causa del disturbo alimentare si giunge a livelli di impegno, ad esempio nella scuola, non sostenibili con il conseguente abbandono degli studi quale risultato dell’insicurezza e del perfezionismo per cui nessun risultato è giudicato accettabile.
Con il termine Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) si fa abitualmente riferimento a un disturbo o disagio caratterizzato da un alterato rapporto con il cibo e con il proprio corpo. Nei disturbi alimentari l’alimentazione può assumere caratteristiche assai disordinate, caotiche, ossessive e ritualistiche tali da compromettere la possibilità di consumare un pasto in modo “abbastanza normale” e da mantenere normali attitudini verso il cibo e il momento del pasto.
Tutti possiamo avere nel nostro stile alimentare aspetti peculiari, ma quando questi elementi divengono tali da compromettere la qualità della nostra vita e dei nostri rapporti sociali dobbiamo pensare ad un disturbo alimentare. Accanto all’alterazione del comportamento alimentare vi è una alterata valutazione del corpo e delle sue forme, con la sensazione di essere grassi e brutti e quindi socialmente non accettabili. Questa condizione può fortemente influenzare la propria autostima. Quando le caratteristiche del disturbo alimentare divengono importanti e coincidono con i criteri diagnostici di uno stato patologico specifico come quelli riportati nei manuali medici, allora si può parlare di vera e propria malattia. Tra questi disturbi, classificati come ben precise patologie, sono comprese l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi non altrimenti specificati (nella terminologia inglese definiti come EDNOS: Eating Disorders Not Otherwise Specified).
L’approccio terapeutico multidisciplinare è un tentativo di risposta alla complessità e alla multifattorialità dei Disturbi del Comportamento Alimentare e prevede un’ équipe di lavoro dove siano presenti diverse professionalità (psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, nutrizionista, medico internista). La condivisione delle competenze e degli strumenti appartenenti alle differenti professioni, nonché un adeguato investimento di tempo e di energie nella discussione d’ équipe, consentono di formulare valutazioni diagnostiche multiassiali, mettendo insieme, con un movimento di integrazione le osservazioni provenienti da distinti punti di vista.
La terapia cognitivo-comportamentale mira a modificare l’idea che il peso e le forme corporee costituiscono l’unico o il principale fattore in base al quale stimare il proprio valore personale. Lo scopo di questo tipo di trattamento è quello di aiutare chi soffre di un disturbo dell’alimentazione a imparare a gestire il proprio sintomo, a sostituirlo con comportamenti più adeguati e soddisfacenti, e a identificare e  modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare. Il trattamento  prevede tre fasi per  una durata complessiva di almeno un anno. La prima fase è finalizzata a normalizzare il peso e ad abbandonare i comportamenti di controllo del peso; la seconda fase tende a migliorare l’immagine corporea, la valutazione di sé e i rapporti interpersonali; la terza prevede l’applicazione di procedure finalizzate a prevenire le ricadute, a mantenere i risultati raggiunti durante il trattamento e a preparare la fine della terapia.
Le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare possono arrivare ad un livello di logoramento fisico che può comportare danni e complicazioni anche gravi a carico di tutti gli organi interni quali complicanze: gastro-intestinali, cardiovascolari, ossee, neurologiche, dermatologiche, idroelettriche ed ematologiche.
In generale per ogni paziente, significativamente sottopeso, dovrebbe essere istituito un programma di riabilitazione nutrizionale, che stabilisca un peso bersaglio e che preveda un aumento di peso progressivo e controllato (esempio 600-900 gr. alla settimana per pazienti ambulatoriali).
Il livello di introito dovrebbe iniziare con circa 30-40Kcal/Kg al giorno e dovrebbe essere progressivamente aumentato.
E’ essenziale il monitoraggio medico durante la fase di rialimentazione attraverso: valutazione dei segni vitali, dell’introito e del consumo calorico, monitoraggio degli elettroliti, osservazione per eventuali edemi, sovraccarico di liquidi, insufficienza cardiaca congestizia.
I programmi di riabilitazione nutrizionale dovrebbero aiutare i pazienti a confrontarsi con le proprie preoccupazioni riguardo all’aumento di peso e ai cambiamenti dell’immagine corporea.
Un counseling nutrizionale è utile anche nella bulimia nervosa per minimizzare la restrizione alimentare e correggere deficit nutrizionali.
Da quanto detto sinora è evidente come la migliore strategia da attuare sia la prevenzione ed una corretta alimentazione rappresenta un obiettivo di prevenzione primaria ampiamente descritto anche nel piano sanitario nazionale: “Una caratteristica della prevenzione delle malattie connesse all’alimentazione è la necessità di coinvolgere gran parte della popolazione e non soltanto i gruppi ad alto rischio. La strategia di prevenzione deve essere rivolta all’intera popolazione, presso la quale occorre diffondere raccomandazioni per una sana alimentazione in termini di nutrienti, di scelta di profili alimentari salutari, ma anche coerenti con le consuetudini, che tengano conto dei fattori culturali e socio economici” (Piano Sanitario Nazionale 2003-2005 Approvato dal Consiglio dei Ministri 11 Aprile 2003). Si parla infatti troppo poco di prevenzione, anche perché i semplici tentativi di carattere informativo, basati su consigli o sulla descrizione degli effetti gravi dei disturbi, non risultano essere una prevenzione efficace; già da alcuni anni dunque noti studiosi hanno elaborato nei diversi paesi occidentali programmi di prevenzione che hanno come obiettivo la realizzazione di una buona armonia fra corpo, autostima e alimentazione. Si è infatti visto che una buona conoscenza dei principi alimentari e del proprio corpo fin dall’infanzia, unita all’incremento dell’autostima e all’assunzione di comportamenti più salutari (attività fisica moderata etc.), sono in grado di ridurre sensibilmente la diffusione dei disturbi del comportamento alimentare e dell’obesità. Alimentarsi in modo corretto promuove quindi uno stile di vita salutare e aumenta il benessere sociale psichico e fisico. Uno stile alimentare equilibrato è inoltre efficace per evitare la comparsa di numerose condizioni patologiche (ipercolesterolemia, diabete, malattie cardiovascolari, alcune neoplasie).
Da studi epidemiologici condotti a livello nazionale ed internazionale sono emersi numerosi fattori che facilitano comportamenti alimentari scorretti e promuovono un cattivo stato di salute. I più importanti ed i più diffusi sono:
•  prima colazione assente o carente;
•  spuntino mattutino assente o eccessivamente pesante;
•  pranzo scarso e frettoloso;
•  cena abbondante;
•  spuntino dopocena;
•  scarso consumo di frutta e verdura;
•  abuso di bibite e prodotti confezionati
•  tendenza ad alimentarsi davanti alla TV e per NOIA
Lo scopo di un intervento preventivo ed informativo  permette di iniziare, in modalità diverse in base alle diverse fasce d’età, una riflessione sull’alimentazione e sulla corporeità.

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