Panta Rei OS Potamòs e il blocco del Tempo Interiore

“Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, temono il futuro: giunti al momento estremo, tardi comprendono di essere stati occupati tanto tempo senza concludere nulla”. Seneca

Tutto scorre come un fiume,  il tema del divenire  di Eraclito,  indica che la realtà è mutevole, ogni cosa cambia e si trasforma (“panta rei”, cioè “tutto scorre”).  Non ci si può immergere due volte nella stessa acqua di un torrente:  a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si trasforma. Utilizzando la metafora del fiume che scorre facciamo riferimento alla nostra esistenza che è soggetta alla legge impetuosa del mutamento e della trasformazione nel tempo.  Secondo la filosofia di Eraclito, dunque, l’uomo non può mai fare la stessa esperienza per due volte, giacché ogni entità, nella sua realtà apparente, è sottoposta alla legge inesorabile del tempo. La percezione del tempo è una dimensione della nostra soggettività, può essere considerata una dimensione esistenziale oppure può essere considerata una dimensione culturale che ha dato origine ad una precisa concezione della vita se ricordiamo che il pensiero occidentale è fondato sul “tempo cronometrico” e si riferisce al principio di ottimizzazione del tempo collegato all’economia e al progresso.  Nella storia della filosofia greca si individuano due concezioni del tempo: il tempo ciclico (kyklos), ove il fine coincide con la fine, e il tempo progettuale (skopòs) che guarda non al passato ma al futuro, ove non vi è la figura del ritorno ma il domani, un futuro connesso strettamente al presente. Pertanto il tempo come mito dell’eterno progresso può essere contrapposto al tempo del mito dell’eterno ritorno, il tempo del desiderio che è il tempo dell’Odissea che non passa mai e lascia che gli eventi si ripetano: Penelope che tesse la sua tela  mentre attende il suo Ulisse nel tempo infinito. Le civiltà nel corso dei tempi hanno fondato la loro storia, la loro cultura e le loro religioni sul concetto di tempo – tempo ciclico o lineare, della Chiesa o del Mercante come diceva Le Goff. Il tempo della Chiesa e della civiltà contadina è circolare ed è scandito dagli eventi e dalle festività di riferimento: “c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere”. (Cervello e memoria – relazioni tra pensiero, memorie e comportamento, Paolo Manzelli, www.cronologialeonardo.it). La concezione dello spazio e del tempo che è stata propria dell’epoca industriale ha ritenuto il tempo come uno spazio adimensionale che scorre su una retta dividendo istante per istante irrimediabilmente il passato dal futuro
PASSATO ———–ISTANTE————FUTURO
(Ibidem).  Nella storia della Fenomenologia  è Husserl che considera il tempo come dimensione ontologica dell’esistenza. Per Jaspers l’individuo è compreso tra la nascita e la morte, e quindi la temporalità gli compete per una necessità interiore, nel duplice senso di tempo vitale e di coscienza del tempo.
L’alterazione della coscienza del tempo interiore è in primo piano nel vissuto depressivo. Il depresso assiste ad una penosa interruzione del proprio divenire vitale; è come se il tempo interiore, il tempo inerente all’Io si fosse fermato o scorresse molto lentamente, mentre il tempo esteriore, quello degli altri, continuasse a trascorrere e a rinnovarsi. Secondo le teorie antropologiche (Von Gebsattel) e fenomenologiche (Binswanger, Heidegger, Husserl) alla base della melanconia vi sarebbe un disturbo del divenire temporale. L’indagine fenomenologica ha colto nella distorsione della temporalità il momento costituente del mondo melanconico. Nella concezione di Husserl gli  “oggetti temporali” passato presente e futuro si costituiscono dai momenti intenzionali che prendono il nome rispettivamente di retentio, presentatio e protentio. Questi momenti sono inestricabilmente uniti l’uno all’altro e non devono essere considerati come sequenze temporali separate.
L’unico tempo che riusciamo realmente a percepire è il presente. Il passato è affidato alla memoria e il futuro è affidato all’immaginazione. La percezione del tempo può essere alterata da toni emotivi ed affettivi: sembra che nei momenti di noia il tempo passi molto lentamente, così come nei momenti di attesa, mentre quando siamo impegnati in attività piacevoli percepiamo che il tempo sia passato troppo in fretta. A volte abbiamo la sensazione che il tempo vissuto in alcune fasi della nostra vita (se ci ricordiamo del periodo della spensierata giovinezza) sia stato troppo breve  e sperimentiamo un sentimento di nostalgia.  Oppure assaporiamo una fase della vita in cui siamo coscienti di vivere secondo la nostra volontà e ci godiamo la libertà conquistata (libertà di decisioni, di azioni): la cosiddetta fase del presente.
La percezione del tempo ha anche un correlato fisiologico legato al funzionamento del cervello: il tempo consegue ad una attività più propria dell’elaborazione dell’emisfero sinistro con la capacità di posizionare gli eventi tra un prima e un dopo. Ma la nostra esistenza è scandita da tempi troppo  lunghi o troppo brevi?

Di Disturbo Ossessivo Compulsivo è affetta circa il 5% della popolazione psichiatrica. Tale disturbo, secondo diversi studi epidemiologici,  interessa in eguale misura sia gli uomini che le donne con un esordio che oscilla fra i 22 e i 35 anni. Secondo il DSM IV il Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità è un quadro caratterizzato da preoccupazione per l’ordine, perfezionismo,  controllo mentale e interpersonale, a spese di flessibilità, apertura ed efficienza. Persone aventi un temperamento ossessivo sono spesso definite rigide o testarde, poco o per nulla inclini alle novità e ai cambiamenti che conducono una vita ripetitiva tentando di mantenere ogni cosa “sotto controllo” con implacabile tendenza a realizzare solo cose rigidamente programmate e calcolate. Ogni evento inatteso provoca angoscia pertanto si trincerano dietro la sicurezza della vita routinaria. Il temperamento ossessivo-compulsivo è considerato il substrato su cui viene a sovrapporsi il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), classificato fra i più gravi disturbi d’ansia, che è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Le ossessioni, secondo il DSM-IV, sono definite in breve dalle seguenti caratteristiche:
1. pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi o inappropriati e che causano ansia o disagio marcati che non sono semplicemente eccessive preoccupazioni per i problemi della vita reale (come difficoltà reali quali problemi finanziari, lavorativi o scolastici) ma sono piuttosto “idee prevalenti”.
2. la persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni perché riconosce che i pensieri, le immagini o gli impulsi ossessivi sono un prodotto della propria mente e non imposti dall’esterno.
Le compulsioni  sono definite dalle seguenti caratteristiche:
1. comportamenti ripetitivi (per es. lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (per es. pregare, contare, ripetere parole mentalmente ) che la persona si sente obbligata a mettere in atto secondo regole che devono essere applicate rigidamente;
2. i comportamenti o le azioni mentali sono volti a prevenire o ridurre il disagio o a prevenire alcuni eventi o situazioni temuti e non sono collegati in modo realistico con ciò che sono designati a neutralizzare o a prevenire, oppure sono chiaramente eccessivi.
Il DOC è un disturbo invalidante che colpisce principalmente la qualità della vita della persona che ne è affetta poiché i rituali ossessivi  occupano una gran parte del tempo (più di un’ora al giorno) e/o creano disagio marcato o menomazione significativa. Le tematiche di vita si ripetono con monotonia e l’intera esistenza della persona risulta essere dominata dalla sola attività compulsiva. La lentezza ossessiva scandisce i tempi della persona affetta da DOC che manifesta un rallentamento globale nell’esecuzione delle attività quotidiane. La lentezza può esprimersi nel lavarsi o nel vestirsi per ore, nel controllare e ricontrollare se ha spento la luce o il gas, nel contare o pregare ove, se si confonde, ricomincia da capo.  La vita risulta notevolmente rallentata e priva di senso . L’ossessivo utilizza una sorta di “pensiero magico” (una modalità di pensiero primitiva o tipica dei bambini) che lo porta a credere che i suoi pensieri, le sue parole o le sue azioni potrebbero o potranno, in qualche modo, causare un particolare evento o impedirne la realizzazione, attraverso vie che sfuggono alle leggi normali della causalità. Oltre ai contenuti singolari del pensiero, alcune ricerche mettono in luce che nell’ossessivo vi è un’alterazione di una parte della “dimensione temporale”, cioè della “durata” di un’azione – che implica un “inizio” ed una  “cessazione” – che diventa alterata. L’ossessivo avrebbe difficoltà ad iniziare le attività per inerzia, per timore delle novità e delle responsabilità,  per un difetto di volontà (abulia) che lo caratterizza, e difficoltà di cessazione per un senso di incompletezza e di imperfezione, da cui deriva la sua necessità di procrastinare, di ripetere, di controllare, di perdersi nei dettagli e nelle premesse senza concludere (http://www.ansia-depressione.net/AD/ansia/ansia3.html). Egli è tormentato da un senso costante di “imperfezione psicologica” che gli impedisce di usare la sua intelligenza e le sue potenzialità fisiche e motorie per modificare un’azione, per produrre un risultato innovativo (Pierre Janet).
“L’ossessivo non riesce a fare mai il passo decisivo. E’ un collezionista di opportunità, di nuove conoscenze, di buone intenzioni, di propositi, ma si ferma sempre sulla soglia. Fantastica ma non giunge al racconto; immagina degli scenari ma si chiama sempre fuori da una storia. Magari si domanda se non faccia abbastanza sforzi per raggiungere l’obiettivo, mentre da l’idea di qualcuno che faccia tantissimi sforzi, proprio per non raggiungere l’obiettivo. Interviene sempre qualcosa che impedisce la riuscita. Nel discorso ossessivo c’è l’impossibilità di compiere una scelta, prendere una decisione, prendere posizione, risolvere un conflitto” (Tracce freudiane- La difficoltà a prendere la parola di Diego Busiol).
“L’accesso al reale comporterebbe, in effetti, il rischio di eguagliarsi all’ideale e così, distruggendolo, di compromettere il mantenimento della vita.” L’uomo dei topi di Freud ha sempre paura di arrivare al termine:  non può terminare i propri studi, non può sposarsi, non può essere inserito nella vita sociale, deve sempre mantenersi ad una certa distanza, nei confronti di ciò che per lui sarebbe un compimento, un arrivare allo scopo. Nel dubbio, non si muove, non giunge mai a compiere il passo decisivo”. (Melman C. 2001, La nevrosi ossessiva ,http://www.lacanlab.it/clinica/articolo.php?id=18
“Nel modo di vivere ossessivo la persona non ha più davanti a sé la dimensione del futuro. Il presente rifluisce continuamente nel passato ed è il passato a costituire la dimensione dominante di ogni esistenza ossessiva. Dal passato nascono sensi di colpa sulle cose che si sono realizzate e che avrebbero potuto essere realizzate in modo diverso, oppure sulle cose che non sono state fatte, degli errori che sono stati commessi e che si sarebbero potuti evitare, trascinando ogni coscienza ossessiva in una condizione di angoscia lacerante e nostalgia che si muovono appunto nel passato senza scampo e senza la speranza di un possibile cambiamento”. (L’esperienza ossessiva, a cura di redazione ansiasociale, 15 marzo 2010, http://www.ansiasociale.it/articoli/esperienza-ossessiva).
Il tempo del “blocco interiore” dell’ossessivo, che attende procrastinando e che del tergiversare ne fa una filosofia di vita ed un irrimediabile destino, si contrappone al concetto dinamico di tempo come sviluppo e cambiamento. Ecco come si può essere prigionieri del tempo, una drammatica condizione umana: ci riferiamo non solo alle persone affette da patologie fisiche o psichiche che restano imprigionate come nella tela di un ragno ma anche a coloro che non fanno buon uso del loro tempo, pensando che non ci sia una scadenza e che c’è tempo per  fare tutto. Nell’opera De brevitate vita di Seneca,  la soluzione all’angoscia esistenziale dell’uomo, che vede la vita fuggire tra le sue mani, è proposta fin dal primo capitolo: “l’uomo sbaglia a lamentarsi del breve tempo che gli è concesso dalla natura, proprio perché esso non è affatto breve; è l’uomo stolto che lo rende tale, sprecandolo in una miriade di occupazioni futili o addirittura dannose, che sono di ostacolo nel cammino verso la saggezza. Infatti vita, si uti scias, longa est (2,1)”. Egli propone quindi una prospettiva diversa del problema: non ci si deve preoccupare della quantità della vita, bensì della sua qualità.

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