Il Perdono

di Francesca Mauro 31/05/2011

Nel contesto della vasta trama dei rapporti umani può accadere che si compiano azioni che recano danno od offesa, il cui impatto  varia considerevolmente in funzione delle caratteristiche  dei soggetti coinvolti e della qualità della relazione in atto. In presenza di atti offensivi si producono emozioni negative, quali rabbia e risentimento, capaci di provocare fratture all’interno della relazione; a ciò si accompagna spesso il forte impulso a mettere in atto comportamenti vendicativi, nell’intento di ottenere riparazione per l’offesa o il torto subiti.

La capacità di perdonare può rivelarsi mezzo efficace per fronteggiare in modo funzionale le difficoltà relazionali conseguenti all’offesa ricevuta, in quanto la persona che ha subito un torto cessa di nutrire risentimento e ostilità verso l’offensore. L’atto del perdono può indurre sollievo e allentare la tensione, indebolendo il legame esclusivo che lega le persone implicate; richiede una notevole partecipazione emotiva ed intellettuale e non deve essere confuso con la timidezza o interpretato come segno di debolezza. Il perdono si rivela strumento efficace quando si voglia salvare un rapporto compromesso e si decida di reagire all’offesa subita e al dolore provati, dopo averli adeguatamente elaborati; può essere concesso anche se non richiesto, nonché rivolto a persone che non ci sono più.
A partire dalla metà degli anni Ottanta è aumentato considerevolmente il numero di scritti teorici sul perdono. Tali contributi concordano nel giudicare il perdono valido strumento terapeutico e sono stati pertanto, nel corso dell’ultimo decennio, il presupposto di un crescente numero di ricerche empiriche condotte sulle diverse dimensioni ad esso sottese; in particolare sono stati analizzati i correlati psicologici del perdono stesso e segnatamente la relazione con gli altri, al fine di indagare emozioni e pensieri rivolti dalla vittima al soggetto responsabile dell’atto lesivo, nonché la dimensione del perdono rivolto a se stessi (Barber, Maltby e Macaskill, 2005).
Quando gli individui percepiscono di essere stati danneggiati od offesi in un modo al tempo stesso doloroso e ingiustificato, abbiamo a che fare con una classe di eventi stressanti (trasgressioni interpersonali) che possono determinare effetti negativi sulla salute mentale della persona offesa, inducendola spesso a manifestare il desiderio di evitare il trasgressore e di vendicarsi, coinvolgendo la sfera fisiologica, psicologica e interpersonale. Sentimenti di evitamento e di vendetta verso il proprio trasgressore impediscono il ristabilimento della relazione; si può sconfinare fino a disturbi d’ansia generalizzata, fobie e disturbi di attacco di panico,  esponendosi anche a possibili diagnosi di depressione maggiore. Poiché i pensieri di vendetta sono tra i fattori maggiormente in grado di provocare rabbia, rafforzando lo stato di rancore che sta all’origine dell’attivazione del sistema nervoso simpatico e cardiovascolare, può essere opportuno aiutare gli individui a modificare le reazioni messe in atto come risposta alle trasgressioni.
In termini teorici il perdono può essere considerato un processo positivo di natura adattiva, caratterizzato dall’abbandono di sentimenti, pensieri e comportamenti  segnati da risentimento verso il trasgressore. Si tratta di una strategia di fronteggiamento di natura conservativa, finalizzata a mantenere lo status quo in caso di minaccia alla modalità, ormai consolidata, di essere e di percepire il mondo. Alcuni studi mettono in luce, tra l’altro, come tale strategia si realizzi in modo efficace se inserita in un contesto caratterizzato da dinamiche riconducibili all’accettazione (tema ampiamente studiato in sviluppi recenti del cognitivismo), considerata indispensabile precursore del processo di adattamento (Cognitivismo clinico, 2005; Maltby, Macaskill e Gillet, 2007).
Ricerche cliniche recenti mettono in luce una serie di processi in grado di favorire l’atto del perdonare, fra cui quello della  individuazione dei benefici derivanti dal danno subito, intesi come aspetti positivi dell’esperienza quali, ad esempio, essere divenuti consapevoli di risorse personali che non si sapeva di possedere, avere verificato che una relazione è migliorata o divenuta più intima, riconoscere che si è cresciuti, divenendo persone più forti o sagge e perfino più ricche a seguito del danno o del torto subito, scoprendosi infine aperti e disponibili a nuove esperienze di vita.
Il processo di individuazione di benefici è in grado di promuovere il perdono attraverso l’intervento di alcuni mediatori, quali i processi di comprensione della trasgressione e l’espressione delle emozioni. Emergono, in particolare, due importanti aspetti del processo del perdono: la capacità di cogliere il significato che una trasgressione ha per se stessi (nonché per gli altri) e la possibilità di individuare un nuovo scopo nella vita, grazie alla trasgressione subita. Si è capito che svolgere compiti scritti riguardo i benefici di trasgressioni subite (piuttosto che dare sfogo ad emozioni negative) aiuta le persone a perdonare attraverso l’influenza esercitata sulle variabili emotive e cognitive cui si è fatto cenno.
Il dato clinicamente rilevante è qui costituito dal fatto che quando gli individui scrivono sui loro eventi di vita negativi (alla ricerca di benefici) l’elaborazione cognitiva dell’esperienza vissuta consente lo sviluppo di una narrazione coerente, in grado di interpretare questi stessi eventi di vita spiegando perché sono occorsi e quali siano le loro implicazioni per il futuro. Individuare benefici può pertanto facilitare il perdono, in quanto aiuta gli individui a trovare un senso nell’offesa o nel torto subito (McCullough, Root e Cohen, 2006).
Tra le  differenze individuali che concorrono a favorire o inibire il perdono emergono due costrutti  cruciali: rabbia e ruminazione.
La rabbia, intesa come profondo sentimento di malcontento suscitato dalla percezione di avere subito un torto,  è  una delle principali barriere poste al perdono; la sua esperienza conduce al desiderio di vendetta che a sua volta non scompare, finché non viene individuato ed espresso. Studi sperimentali confermano l’associazione tra atti di perdono e riduzione della rabbia, fornendo in tal modo un supporto empirico alla relazione tra inclinazione al perdono e rabbia di “tratto”
La ruminazione si caratterizza per la presenza di una reiterata focalizzazione su aspetti negativi della propria esistenza e si rivela in grado di favorire risposte aggressive ad insulti od offese, alimentando una condizione psicologica di disagio che tende a permanere a lungo dopo l’evento stressante. Varie ricerche mostrano come insegnare agli individui a ruminare di meno produca l’esito di renderli più disponibili al perdono.
Alcune ricerche affiancano rabbia e ruminazione, suggerendo che il costrutto integrato definito “ruminazione di natura rabbiosa” sia una variabile distinta, degna di essere misurata indipendentemente da aggressività, ostilità e ruminazione. In tale contesto la ruminazione di rabbia è definita come processo cognitivo ricorrente e inconsapevole che emerge durante un episodio in cui si è sperimentata  rabbia e in grado di persistere ad episodio concluso. I dati ottenuti supportano l’ipotesi secondo la quale il perdono sarebbe negativamente associato alla ruminazione di rabbia. In base ai dati suindicati è possibile fare alcune considerazioni riguardo la capacità di perdonare (se stessi e gli altri). Si può osservare, al riguardo, che gli individui portati ad incontrare difficoltà nel perdonarsi continuano ad alimentare ricordi di natura rabbiosa, mentre i  pensieri rivolti alla vendetta possono essere prevalenti quando si sceglie di non perdonare (mantenere vivi i ricordi relativi alla rabbia e farli oggetto di ruminazione agisce infatti come barriera al perdono) (Barber, Maltby e Macaskill, 2005).
Il processo che conduce a perdonare se stessi è, per definizione, un costrutto totalmente intrapersonale: un individuo può perdonare senza essere perdonato, ovvero può essere perdonato da un altro mentre  ancora non riesce a perdonare se stesso. L’incapacità di perdonarsi può essere collegata ad aspetti nevrotici quali la depressione e l’ansia, con rilevanti effetti dannosi sulla salute mentale dell’individuo. In alcune ricerche si sottolinea come l’atto di perdonarsi implichi affrontare i propri errori; tale atto non scusa il comportamento, né deve essere visto come assenza di colpa o narcisismo, in quanto richiede accettazione delle proprie responsabilità. Perdonarsi vuol dire accettare la parte di noi che in precedenza ritenevamo inaccettabile; può tuttavia accadere che alcuni non vedano il torto nelle loro azioni ingiuste e ritengano pertanto di non avere nulla da perdonarsi oppure può verificarsi, al contrario, che altri non riescano a perdonare i propri errori, rimanendo incastrati in un’autocondanna senza speranza di guarigione. I terapeuti che lavorano con pazienti che hanno subito ripercussioni da crimini violenti sono chiamati pertanto ad indagare quanti tra questi si siano presi erroneamente la colpa di ciò che è loro accaduto. Altri terapeuti potrebbero avere invece in cura pazienti che stanno autoperdonando un comportamento patologico (quale l’uso di droga); le persone che non ritengono di avere un problema non hanno infatti alcun motivo per perdonarsi. In ogni caso, il perdono rivolto a se stessi può favorire significativi cambiamenti una volta che l’individuo abbia accettato la responsabilità del comportamento sbagliato, rendendosi conto del danno recato agli altri e a se stesso  (Wohl, DeShea e Wahkinney, 2008).
La capacità di perdonare può favorire pertanto la crescita personale; gli individui in grado di perdonare i propri errori possono infatti imparare dalle proprie azioni e diventare persone migliori, capaci di attribuire significato agli eventi occorsi, sotto il duplice aspetto dell’offesa subita e del torto arrecato ad altri. I risultati esposti segnalano l’opportunità di utilizzare il perdono come componente di interventi clinici tesi alla prevenzione ed al trattamento di patologie di natura psichica.

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