La Relazione Terapeutica nell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT)

La Acceptance and Commitment Therapy (ACT) è una forma di psicoterapia cognitiva cosi detta di terza generazione fondata da Steven Hayes.

L’assunto fondamentale di questa teoria riporta che la sofferenza psicologica è importante, che ci accompagna tutti e che è inutile cercare di sbarazzarsi del dolore.

Quello che risulta di particolare interesse nell’ACT è l’impostazione della relazione terapeutica che si contraddistingue rispetto alle psicoterapie classiche.  L’ACT infatti è una terapia molto pratica che se da una parte pone meno enfasi sull’ascolto in quanto tale, dall’altra richiede al terapeuta un ascolto di tipo diverso: consapevole genuino e compassionevole. La messa in atto di  ciò rende la relazione terapeutica molto potente.

Durante il colloquio il terapeuta deve anche avere un atteggiamento non giudicante, rispettoso, aperto impegnato ed autentico. Il paziente e terapeuta sono considerati alla pari.

Tutto ciò è rappresentato molto bene in una metafora detta delle due montagne (Hayes, Strosahle Wilson, 1999) che lo stesso Hayes consiglia di riportare a metà della prima seduta. La metafora prevede di comunicare al paziente che molte persone arrivano in terapia credendo che il terapeuta sia un illuminato che ha risolto tutti i suoi problemi, ma non è così. Si spiega al paziente che è come se terapeuta e paziente scalassero ognuno la sua montagna. Ed ognuno è esperto nel salire la propria, ma discutere e condividere le esperienze e le tecniche di arrampicata risulta utile. Il terapeuta stando su un’altra montagna ed avendo degli occhiali più potenti vede meglio la posizione del paziente. Ad esempio vede e può avvertirlo se ci sono valanghe in vista.

L’ACT richiede insomma una notevole apertura da parte di entrambe le parti: l’intimità è una strada a due direzioni. Del resto, per l’ACT se il terapeuta è una lavagna vuota ed il paziente non sa nulla del suo mondo interno, di ciò che per lui vale, di ciò che gli interessa, di ciò che sente è evidente che con tali presupposti non si può fondare una relazione profonda.

L’ACT suggerisce anche ai terapeuti di praticare una vera e propria “autoapertura” nei confronti dei pazienti, il che non significa scaricare i propri problemi sui pazienti, ma dare in alcuni contesti pezzi di sé che potrebbero essere utili alla terapia.

Concludo riportando una frase di Steven Hayes, che mi ha personalmente aiutato, in cui lui afferma che la sfida più grande per diventare un terapeuta ACT è lasciare andare il bisogno di sistemare i problemi del paziente perchè più noi assumiamo il ruolo di aggiustatori di problemi più indeboliamo il nostro paziente.

Bibliografia

Hayes, S. C., Strosahl, K. & Wilson, K. G. (1999).  Acceptance and Commitment Therapy: An experiential approach to behavior change.  New York: Guilford Press.

Luoma, J., Hayes, S. C. & Walser, R. (2007). Learning ACT. Oakland, CA: New Harbinger.

Hayes, S. C. & Strosahl, K. D. (2005). A Practical Guide to Acceptance and Commitment Therapy. New York: Springer-Verlag.

Eifert, G. & Forsyth, J. (2005). Acceptance and Commitment Therapy for anxiety disorders. Oakland: New Harbinger.

Hayes, S. C. & Smith, S. (2005). Get out of your mind and into your life. Oakland, CA: New Harbinger.

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