Il rimedio non è mai l’alcol

di Cristina Peretti 22/07/2014

L’alcolismo viene definito un “disturbo del comportamento” da cui può sfociare una modalità patologica di consumo di bevande alcoliche che compromette le attività sociali, affettive e professionali del soggetto. L’etanolo rappresenta la più antica e diffusa sostanza di abuso anche se, per diverse ragioni sociali, culturali ed economiche il problema non ha avuto una grande risonanza, sino ad oggi, in ambito legislativo e costituzionale, nè ha avuto adeguate risposte in ambito assistenziale. L’abuso di alcol si colloca in una complessa costellazione di fattori predisponenti e concausali che possono avere, a loro volta, maggiore rilevanza sul piano socio-relazionale, psicopatologico e clinico medico. Risulta necessario un approccio in cui i fattori sociali, psichici  e somatici vengano contemporaneamente valutati e trattati. La variabilità del quadro clinico, nei diversi soggetti e nelle varie fasi dell’evoluzione clinica del disturbo, comporta all’operatore la necessità di personalizzare gli interventi, rendendoli funzionali al raggiungimento degli obiettivi raggiungibili, per quel paziente, in quella fase della sua storia (avendone già valutato le aree deteriorate e compromesse dalla sostanza in oggetto). L’intervento terapeutico dovrebbe coinvolgere in modo integrato l’attività di diverse figure professionali (assistente sociale, medico, psicologo).

Insieme alle risorse dell’individuo andranno considerate quelle ambientali (la famiglia) del contesto micro-sociale e macro-sociale del territorio in cui vive il paziente. In tale ottica l’alcol entra a far parte delle vita dell’individuo e delle relazioni che ha in precedenza instaurato. L’alcol all’interno del modello non verrà considerato come una malattia bensì come un “modulatore emotivo”, e le emozioni in tale contesto sono a loro volta modulatori delle relazioni, utile in tal modo a mantenere un senso di continuità all’interno della coerenza dell’individuo. L’emergenza psicopatologica rappresenta un tentativo di mantenere nel cambiamento un senso di continuità. La storia di abuso di molti alcolisti comincia magari con un evento drammatico che segna la loro vita rendendoli più fragili e incapaci di reagire: la perdita di una persona cara, del lavoro o una relazione affettiva finita male. All’inizio l’eccesso può apparire il metodo migliore per dimenticare, per andare avanti nella vita quotidiana (ci sono molti etilisti che bevono al mattino prima di recarsi al lavoro perché credono così di avere l’energia necessaria), per prendersi una pausa dalla realtà. A questo punto il soggetto è pienamente convinto di poter smettere quando vuole e può anche non nascondere il suo eccesso ai familiari, che spesso non si preoccupano, aspettando che il momento passi. La convinzione più diffusa di chi si trova in questo stato è comunque che quello sia l’ultimo bicchiere, che in fondo la sua vita non pare essere così menomata dalle varie sbronze, che alla fine si riesce in ogni caso ad andare a lavorare, ad uscire per le commissioni, a far le faccende domestiche. È la fase degli autoinganni, della negazione del problema. Con il passare delle settimane la quantità di alcool ingerita deve però essere sempre maggiore: non bastano più i due bicchieri di vino alla sera, ne servono altri anche al pomeriggio, e poi a pranzo, e anche la mattino. L’alcool comincia a diventare un pensiero ricorrente, il pensiero dominante della giornata, ciò che accade attorno all’individuo sembra non essere più così importante, tutto ruota attorno alla ricerca della sostanza: è il primo pensiero al mattino, il primo della pausa dal lavoro, quando non si vede l’ora di fare una visita al bar lì vicino. È questo lo stato che può essere identificato come dipendenza psichica.

Aumentando le dosi (e la frequenza di assunzione) l’individuo comincia a perdere di vista alcune delle priorità giornaliere: si dimentica dei fatti importanti, fa fatica a recarsi al lavoro, i familiari cominciano a lamentarsi e di rimando egli comincia a nascondere il suo bisogno di alcool. Secondo Bateson (1971) il problema dell’alcolista non è l’intossicazione bensì la sobrietà. Sono le premesse che guidano il suo stato di sobrietà che contengono un errore o una manifestazione patologica. L’intossicazione alcolica è una correzione delle “premesse” – cioè che una parte de sistema possa operare un controllo unidirezionale sul sistema nella sua totalità – che guidano il comportamento dell’alcolizzato quando è sobrio e che vengono rinforzate dalla società. Alcuni sostengono che la dipendenza cominci proprio quando si inizia a nascondere la bottiglia. Altri, invece, sottolineano maggiormente la differenza che esiste fra bevitori “normali” ed etilisti: i primi berrebbero per ciò che la bevanda è, per il suo gusto, per il piacere magari di abbinarla ad un buon piatto; i secondi berrebbero per ciò che la bevanda fa, per i suoi effetti sull’umore, per le sue proprietà euforizzanti e ottundenti.

Aldilà degli aspetti più teorici risulta chiaro come gli alcolisti spesso si vergognino della loro condizione e tentino di celarla agli occhi altrui (ma sotto molti aspetti anche ai propri) e allo stesso tempo è un fatto provato che alcuni di essi sostengano di non amare per nulla l’alcol per il suo gusto e di non avere nessuna preferenza in merito a ciò che bevono, si tratti di vino, birra o superalcolici.

Procedendo nel proprio percorso, l’alcolista si trova sempre più solo, la famiglia comincia a diventare ipercritica nei suoi confronti, spesso si perde il lavoro ed ecco che l’unico sostegno pare essere di nuovo la bottiglia. L’alcol ha portato l’individuo ad una situazione precaria e dolorosa ma allo stesso tempo pare essere l’unico rimedio possibile. Il soggetto comincia a comprendere di non poter smettere, si rende conto di non poter realmente risolvere i problemi usando l’alcool ma non è in grado di farne a meno.

Questa situazione crea un certo rapporto di odio-amore verso la sostanza, ma l’indifferenziazione dei rapporti affettivi, unita alla perdita di una visione critica, porta inevitabilmente l’individuo ad amare l’oggetto che oramai è diventato il suo confidente, “l’altro” con cui dialogare, e ad odiarlo allo stesso tempo, perché visto come possessivo e invadente. Il bevitore adesso sa che ciò che sta facendo è sbagliato, ma non riesce a reagire; sa che deve smettere di bere e resistere alle tentazioni, ma appena si presenta l’occasione cede e ricade nell’errore; comprende di essere in pericolo di vita ma non afferra fino in fondo la sua posizione, ha una visione particolarmente superficiale e poco consapevole di sé stesso. L’etilista conosce il suo obiettivo (l’astinenza) ma non si sofferma sui mezzi con cui perseguirlo, non è in grado di resistere al desiderio perché manca di una concreta pianificazione, di progettazione. Questo genere di comportamento si riflette però anche nelle relazioni interpersonali facendo si che i rapporti con gli altri diventino sempre più difficili e il dolore che deriva dal loro deterioramento peggiori la situazione psichica dell’etilista alimentando il senso di colpa che comunque l’individuo non può sostenere. L’alcolista non può quindi che peggiorare la sua situazione, sia fisica che psichica, dal momento che la dipendenza non lascia più spazio a niente altro che non sia la sostanza: nessun tentativo autonomo (benché raro) di uscire da tale circolo vizioso ha esito favorevole perché manca la capacità di preparare e di sopportare una vita senza alcool. La vita dell’alcool dipendente, a questo punto, è talmente impoverita che il proposito di smettere non è sufficiente: mancano gli strumenti per perseguirlo, la consapevolezza matura di malattia, la comprensione che è necessario sostituire la sostanza con qualcos’altro. Da parte sua la famiglia inizialmente può ignorare il problema, scambiandolo con una crisi emotiva passeggera che il soggetto risolverà con il tempo, facendo finta di non vedere quel che sta accadendo: sia perché impreparata, sia per difendere la propria stabilità.

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