Essere giovani: tra crisi e identità

Secondo il dizionario di Psicologia con il termine identità si intende l’identità personale, ossia il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Vitangelo Moscarda, detto Gengè, protagonista del romanzo di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”(1926), è emblematico della crisi dell’identità del singolo nella contemporaneità. Gengè prende fortuitamente coscienza che la rappresentazione che ha di sé non è quella che gli altri hanno di lui, così scopre di essere ‘uno e centomila’ (quanti sono gli sguardi che si posano su di lui) e dunque ‘nessuno’. Ciò porta Gengè a dubitare dell’esistenza di un eidos, di un’essenza (nel senso di Husserl) che lo possa stabilmente definire; di qui il rifiuto di ogni ‘nome’, fissazione di un’inattingibile identità. Accanto a Gengè andrebbero citati i protagonisti di coevi romanzi ‘epocali’, quali Leopold Bloom, l’Ulisse di J. Joyce (1922), costruito come un’unione estrinseca di frammenti di coscienza, e Ulrich de L’uomo senza qualità di Musil (1930-1942), detto dagli amici ‘senza qualità’ perché incapace di riconoscersi nelle definizioni identitarie offerte dalle ideologie dominanti (ideologie, ossia ‘sguardo collettivo’ dei ‘centomila’). (Uno, nessuno e centomila. La costruzione dell’identità personale tra narrazione, memoria e non senso di Piergiorgio Sensi).
Il termine crisi è piuttosto inflazionato di questi tempi. La crisi che riguarda il futuro di una intera nazione, quella che riguarda le responsabilità della politica, la crisi economica. E per i giovani la crisi che coincide con il tempo che passa inesorabile senza garantire certezze di alcun genere. Ci tocca vivere in un Paese corrotto e indifferente alla persona (la politica negli ultimi decenni non si è evidentemente calata nei bisogni reali della società). Quali strumenti abbiamo per difenderci? La cultura non basta, l’onestà neanche, le battaglie sono perse sul nascere se non cambierà strutturalmente la società attraverso la politica. Ma la politica si occuperà realmente dei giovani? Essi sono stati deprivati del loro tempo e del loro futuro, ma essendo invisibili non sono stati finora considerati un problema per la nostra società ma semplicemente un’appendice. L’individuo si forma come “persona” se calato in un contesto storico, sociale e culturale facendo parte integrante di tale contesto. L’essere, l’esistere è l’appartenenza al mondo. Il  Dasein è struttura fondamentale dell’esistenza come essere-nel-mondo, è la consapevolezza di essere – “L’essenza (essentia) di questo ente (cioè l’uomo), per quanto in generale si può parlare di essa, dev’essere intesa a partire dal suo essere (esistentia)”. Questo “primato dell’ existentia sull’essentia”, sostenuto da Heidegger, costituisce l’assioma fondamentale dell’Esistenzialismo, uno degli indirizzi più fecondi del pensiero contemporaneo. Ecco la caratteristica centrale dell’esistenza: l’uomo è poter essere, il suo essere è la sua possibilità, inserito in ogni momento nel processo del divenire. (Psicologia esistenziale Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).
Lo sviluppo psicologico del giovane non esula dalla società in cui egli si trova a vivere. Anzi, ne dipende interamente. Erik H. Erikson si era occupato del problema dei giovani e della loro crisi d’identità collegati a variabili (a suo tempo) quali: la distanza generazionale, le tensioni razziali, la delinquenza giovanile, le trasformazioni dei ruoli sessuali e i pericoli di una guerra nucleare. Il libro “Gioventù e crisi d’identità” risale al 1968 interessandosi alla crisi del tempo legata ai rapidi mutamenti sociali che avvenivano in America. Erikson cercava di misurarsi con una cultura che aveva cominciato a perdere la capacità di soddisfare il potenziale e le aspirazioni di coloro che in essa vivevano. Egli si chiedeva se i giovani avrebbero potuto sviluppare una sana personalità nel tempo storico in cui erano calati. E da queste riflessioni Erikson elaborò la sua Teoria approfondendo gli aspetti psicologici intrecciati a quelli sociali in tutto l’intero arco di vita. “Lo sviluppo psicosociale progredisce secondo il principio epigenetico, un termine derivato in cui epi significa su e genesi significa emergenza. Questo principio è stato preso a prestito dallo sviluppo fetale. Alquanto generalizzato, tale principio afferma che qualsiasi cosa cresca ha un piano di base, e che da questo piano di base provengono le parti; ogni parte ha il suo periodo particolare di evoluzione, fino a quando tutte le parti non siano venute a formare un insieme funzionante. All’atto della nascita il neonato abbandona l’ambiente di ricambi chimici dell’utero e s’inserisce nel sistema di ricambi della società, dove le sue capacità in graduale aumento entreranno in contatto con le possibilità e le limitazioni della sua cultura (Erikson 1968; trad. it. 1974, 108-109). Erikson sostiene che il tema principale della vita è la ricerca dell’identità. Ma oggi è evidente la  mancanza di elementi strutturali per la formazione dell’identità che si manifesta attraverso la crisi di modelli positivi, la crisi di valori, di punti di riferimento, di possibilità, di opportunità, di futuro. Sembra che i giovani di oggi siano sonnecchianti. Non è necessario protestare perché comunque i bisogni primari sono soddisfatti (mangiare, ripararsi, dormire, ecc.). Ma, tralasciando i bisogni primari di cui parlava Maslow nella sua famosa piramide, se la crescita e lo sviluppo di un individuo non avvengono in maniera armonica si  osservano fenomeni negativi quali la stagnazione, l’auto-assorbimento (l’indulgere su di sé), la noia e la mancanza di crescita psicologica. Il fenomeno della disoccupazione mette i giovani in una grave condizione. Senza lavoro non c’è affermazione personale e sociale. Vittorino Andreoli nel suo libro “Nessuno” parla dei giovani ovvero i nuovi, i veri nessuno. I giovani che nessuno ascolta e nessuno considera. Certamente guardando oggi al mondo giovanile la percezione del futuro è piuttosto miope. Il tempo futuro si limita a stasera, al prossimo weekend, forse all’estate, mentre la percezione del futuro può andare fino all’eterno. Può coprire tutto l’arco di un’esistenza e persino andare oltre. Se ci si pone il problema di cos’è il futuro dopo l’essere, si ammette che c’è un tempo che non scorre più, tematica cara a Sant’Agostino. Sempre secondo Andreoli,  i giovani di oggi sono stati espropriati dal futuro, che è stato ucciso. Essi vivono in una società che guarda all’iperconcreto, a quello che sei oggi, al successo, alla fortuna, cioè a qualcosa che è legato all’immediato. Di conseguenza non si fanno più progetti.. Ogni giovane analizza le richieste della società ma non corrisponde ai sogni, desideri, progetti dei giovani. Non c’è alleanza, i giovani sono qualcosa di esterno alla nostra società, sono parti passive, fanno parte molti di loro dei “nessuno”.  (Vittorino Andreoli: giovani e futuro di Filippo Urbini Pubblicato il 20 dicembre 2010 – Discorsivo giornale il tema).
Maslow parla di “idealismo frustrato” quando vengono a mancare i bisogni di auto-realizzazione: realizzazione della propria identità, occupazione di una posizione sociale soddisfacente, etc. Ma la frustrazione di Vitangelo Moscarda ai tempi di Pirandello può coincidere con la mortificazione di molti giovani di oggi che sentono di avere potenzialità ma che non possono utilizzare per diventare se stessi?
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