Dipendenza da internet e adolescenti

di Gabriella Reda e Amelia Avruscio 24/01/2015

Il nostro modo di vivere si è radicalmente modificato con l’avvento delle nuove tecnologie ed anche il nostro modo di pensare oggi viaggia sui binari del virtuale. Ci relazioniamo con il mondo con un’apparente e freddo contatto che prevede la barriera dello schermo di un computer o di un telefonino. Relazioni di amicizia, relazioni sessuali, gioco.. tutto rientra in un mondo virtuale di cui ci sono tracce non tangibili. Si sono ormai assuefatti i nostri sensi ad un freddo approccio alle cose, al mondo e alle persone fino ad arrivare al paradosso di essere presenti anche se assenti materialmente, con il nostro corpo. Viaggiamo in tutte le parti del mondo ma restando fermi su una sedia di fronte ad un computer o per strada con in mano un telefonino.. Certo tutto ciò sembrerebbe vantaggioso visto che con un click comunichiamo con il mondo intero ma come spesso accade l’abuso di una condotta diventa inevitabilmente un danno per la nostra salute. Un grave danno si registra anche sul piano sociale poiché i rapporti sociali reali si sono diradati. Gli adolescenti parlano con i loro coetanei e giocano a distanza.  Anche il gioco diventa virtuale, ciò che per bambini e adolescenti era un tempo considerato un’opportunità di crescita oggi con le nuove tecnologie diventa un comportamento problematico che può causare dipendenza. Il gioco d’azzardo (e ciò vale anche per gli adulti)  rappresenta la negazione stessa del gioco inteso come creatività, svago, apertura mentale alle strategie cognitive, divertimento. Il gioco muore quando diventa patologico, ovvero quando toglie al soggetto la libertà, quando diventa oggetto di schiavitù mentale fino al totale annullamento della propria volontà attraverso meccanismi ossessivi e ripetitivi. La trasformazione avviene quando alla parola “gioco” si affianca la parola “azzardo” e ancora “patologico”. Il gioco d’azzardo può non essere considerato patologico quando alcuni giocatori osano ma senza cadere nella dipendenza (ad esempio una persona che intende entrare in un casinò e osare/rischiare può non diventarne dipendente). Pertanto i giovani, attraverso le nuove tecnologie,  hanno impostato  un nuovo  modo di vivere, di comunicare, di conoscere il mondo e di entrare in relazione con gli altri. Computer e cellulari possono arrivare a funzionare come estensioni del sé o divenire fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti, seppur scaturite da dimensioni simulatorie e virtuali. Invadono la realtà quotidiana tanto che, in alcuni casi, diventano forte fonte di stress fino a portare l’individuo ad utilizzarle in maniera disfunzionale, sfociando in forme di abuso e dipendenza.

Le dipendenze tecnologiche sono state definite da Griffiths (1995) come dipendenze comportamentali che implicano un’interazione uomo-macchina e che presentano gli stessi aspetti nucleari della dipendenza da sostanze: dominanza dell’attività nei pensieri, negli affetti e nei comportamenti, alterazioni del tono dell’umore, tolleranza, sintomi di astinenza, conflitto, ricaduta. La Barbera (2005) definisce questa forma di abuso e dipendenza dalle tecnologie tech abuse, caratterizzata da un sovrainvestimento e/o un’utilizzazione eccessiva e compulsiva di tecnologie mediatiche (computer, Internet e realtà virtuali in particolare) che comportano conseguenze negative nella gestione  della vita quotidiana  come lo scandire  la performance lavorativa o scolastica, problemi familiari e relazionali, modificazioni disfunzionali dello stile di vita fino a situazioni di chiusura e isolamento pressoché totali dai rapporti esterni. Tali condizioni si correlano ad alterazioni dell’affettività e del comportamento e, in alcuni casi, dell’identità, della coscienza e della memoria. Tra l’individuo e lo strumento tecnologico si crea un legame psicologico privilegiato e disfunzionale che porta via via a sostituire il mondo reale con quello virtuale, ciò riguarda in maniera particolare quegli individui che hanno difficoltà a gestire i propri stati emotivi. Secondo Steiner (1996), infatti, le esperienze virtuali, per questi individui, possono rappresentare veri e propri “rifugi della mente” per sfuggire a una realtà vissuta come insostenibile e angosciosa, funzionando come strumenti finalizzati al controllo e alla neutralizzazione delle tensioni e delle emozioni spiacevoli. Quando l’allontanamento dalla realtà diventa sistematico e prolungato, si crea una forma di “dipendenza patologica” in cui il soggetto, reiterando in modo eccessivo stati dissociativi a scopi difensivi, può arrivare ad abitare un mondo illusorio, onirico, fantastico che tende a sostituire, negare, cancellare il mondo reale. Ne conseguono condizioni di isolamento e distorsione del Sé, delle relazioni interpersonali e dell’ambiente circostante (La Barbera 2009). Secondo  Kimberly Young, che ha fondato il Center for Online Addiction statunitense, sono stati  riconosciuti 5 tipi specifici di dipendenza tecnologica:
  1. Dipendenza cibersessuale (o dal sesso virtuale): gli individui che ne soffrono sono di solito dediti allo scaricamento, all’utilizzo e al commercio di materiale pornografico online, o sono coinvolti in chat-room per soli adulti. La stessa può accompagnarsi a masturbazione compulsiva.
  2. Dipendenza ciber-relazionale (o dalle relazioni virtuali): gli individui che ne sono affetti diventano troppo coinvolti in relazioni online o possono intraprendere un adulterio virtuale. Gli amici online diventano rapidamente più importanti per l’individuo, spesso a scapito dei rapporti nella realtà con la famiglia e gli amici reali.
  3. Net Gaming: la dipendenza dai giochi in rete comprende una vasta categoria di comportamenti, compreso il gioco d’azzardo patologico, i videogame, lo shopping compulsivo e il commercio online compulsivo. In particolare, gli individui utilizzano i casinò virtuali, i giochi interattivi, i siti delle case d’asta o le scommesse su Internet, soltanto per perdere importi eccessivi di denaro, arrivando perfino ad interrompere altri doveri relativi all’impiego o rapporti significativi.
  4. Sovraccarico cognitivo: la ricchezza dei dati disponibili sul World Wide Web ha creato un nuovo tipo di comportamento compulsivo per quanto riguarda la navigazione e l’utilizzo dei database sul Web. Gli individui trascorreranno sempre maggiori quantità di tempo nella ricerca e nell’organizzazione di dati dal Web. A questo comportamento sono tipicamente associate le tendenze compulsive-ossessive ed una riduzione del rendimento lavorativo.
  5. Gioco al computer: negli anni ottanta giochi quali il Solitario e il campo minato furono programmati nei calcolatori ed i ricercatori scoprirono che il gioco ossessivo sul computer era diventato un problema nelle strutture organizzate, dato che gli impiegati trascorrevano la maggior parte del giorno a giocare piuttosto che a lavorare. Questi giochi non prevedono l’interazione di più giocatori e non sono giocati in rete.
Una condizione estrema in cui può sfociare la dipendenza da computer, internet e realtà virtuali è definita da Caretti (2011) trance dissociativa da videoterminale, uno stato involontario di trance caratterizzato da alterazione della coscienza, depersonalizzazione  perdita del senso abituale dell’identità personale con possibile sostituzione di un’identità alternativa che influenza e annulla quella abituale.
La dipendenza da Internet
Negli ultimi 15 anni l’uso di internet  si è diffuso esponenzialmente. In Italia, il 77,9% dei preadolescenti e adolescenti utilizza Internet, e il 30% del totale degli utenti ha un’età tra i 14 e i 24 anni (Rivoltella, 2006). E’ evidente che gli adolescenti sono particolarmente attratti dalle tecnologie di comunicazione che permettono loro di entrare in contatto con altri sperimentando un senso di appartenenza e accettazione sociale; tuttavia, ciò che inizialmente è una semplice attività svolta nel tempo libero, si può trasformare in breve tempo in una forma più problematica di utilizzo di Internet, fino a diventare una vera e propria dipendenza. E’ proprio la possibilità di socializzare attraverso Internet la causa dell’incremento di tempo speso, da parte dei ragazzi, in attività di interazione come la chat, i forum, i giochi online, che porta poi a farne un uso disfunzionale (Milani 2009).
La dipendenza da Internet (definita anche Uso compulsivo di Internet, Uso problematico di Internet o PIU) o Internet Addiction Disorder (IAD) non è definita ancora chiaramente, ma facendo riferimento agli studi pionieristici di Kimberly Young (1997), la si può definire come un disturbo del controllo degli impulsi che non implica l’assunzione di una sostanza. Young è stata la prima a darne una definizione in termini clinici, adattando alcuni criteri derivati dalla diagnosi del gioco d’azzardo patologico. A partire dai suoi studi, diversi scienziati hanno proposto di includere la dipendenza da Internet nel DSM-V e la stessa Young propone di includerla nelle dipendenze comportamental, anche se ciò ancora non è avvenuto.
Secondo vari autori, il soggetto internet-dipendente manifesta i seguenti sintomi:
  • Aumento progressivo del tempo trascorso in Rete, con collegamenti sempre più prolungati rispetto alle intenzioni
  • Internet diventa sempre più un’attività preponderante nella vita del soggetto, il quale non riesce più a farne a meno, né a ridurne l’uso manifestando veri e propri sintomi di astinenza come ansia, agitazione psicomotoria, pensieri ossessivi su cosa può accadere su Internet mentre non si è collegati, fantasie e sogni sulla vita online ecc.
  • Il soggetto continua ad usare la rete pur essendo consapevole dei marcati problemi causati o amplificati dall’utilizzo della stessa, quali deprivazione di sonno e trascuratezza nei confronti della propria vita familiare e lavorativa (Meerkerk et al 2008; La Barbera 2009).
La principale caratteristica distintiva della dipendenza da Internet sembra essere l’uso eccessivo, in termini di ammontare di tempo trascorso in rete. Da un’ampia ricerca svolta da Young nel 1996, i soggetti  dipendenti utilizzavano Internet, in media ,un numero di ore a settimana otto volte maggiore (38,5 ore) rispetto ai soggetti non dipendenti (4,9 ore). Cantelmi e D’Andrea ( Cantelmi,2000), che riportano alcuni casi clinici di soggetti con abuso-dipendenza da Internet che trascorrevano in rete dalle 50 alle 70 ore settimanali, affermano che 5-6 ore giornaliere rappresenterebbero il valore critico superato il quale sarebbe maggiore il rischio di entrare nel circuito della dipendenza. Nel definire i fattori che predispongono allo sviluppo di PIU, Kandell (1998), Hall e Parsons (2001) indicano:
  • un ridotto livello di controllo da parte dei genitori
  • avere libero accesso alla rete (specie nei campus universitari)
  • disporre di molto tempo libero
Per valutare i fattori di rischio che predispongono un soggetto a sviluppare una dipendenza da Internet, tuttavia, non è sufficiente basarsi su dati come il tempo speso in rete o la presenza o assenza di controllo, ma bisogna valutare la personalità del soggetto, l’importanza psicologica che la connessione alla rete e l’esperienza virtuale possono ricoprire nella sua mente tanto da portare ad un ipercoinvolgimento e un iperinvestimento che rende difficile controllarne l’uso.
La comunicazione mediata da computer, infatti, in virtù della sua rapidità e immediatezza, della possibilità che offre di superare i normali vincoli spazio-temporali e di mantenere l’anonimato, consente al soggetto di vivere se stesso senza paura di giudizio o rifiuto da parte degli altri; inoltre, specie per i soggetti più vulnerabili, il cyberspazio può costituire un luogo sicuro in cui rifugiarsi dalle frustrazioni, dalle difficoltà interpersonali e dalle situazioni di disagio e stress vissute nella vita reale. Ciò può stimolare una ripetizione dell’esperienza virtuale e una relazione additiva con lo strumento tecnologico (Young 2000). Dalla ricerca di Young (2000) emerge che la dipendenza da Internet si instaura piuttosto rapidamente, anche dopo la prima connessione alla rete. I nuovi utilizzatori sarebbero più ad lato rischio di sviluppare il disturbo per il fascino che può esercitare la scoperta di nuove, gratificanti e attraenti esperienze interattive, tanto da rimanere catturati e incantati e sacrificare ore di sonno notturno, impegni e relazioni significative nella vita reale. Questa fase, secondo la Young, può esaurirsi dopo poco se associata all’iniziale curiosità verso la rete, oppure costituire la prima tappa verso un uso progressivamente disfunzionale della stessa che porterà alla dipendenza patologica. In tal caso, il soggetto entra nella fase della “sostituzione” della vita reale con quella virtuale, dove le attività online risultano particolarmente appaganti e la comunità in Internet diventa un sostituto per bisogni insoddisfatti nella vita reale. In questo modo il soggetto mette in atto una vera e propria fuga dalla vita reale e dal proprio disagio emotivo attraverso un uso della rete sempre più prolungato e assiduo, sperimentando sensazioni di benessere quando si trova online e sensazioni di angoscia e sofferenza se impossibilitato a connettersi. Internet diventa un antidoto, virtuale e illusorio, per alleviare ed eludere la solitudine e il malessere emotivo (Young 2000).
Le ricerche svolte sulla dipendenza da Internet hanno dimostrato come la tendenza ad un uso incontrollato della rete sia connessa ad alcune caratteristiche di personalità, come la preferenza per attività solitarie e bassa apertura sociale (Young 1998; Chak 2004) o la presenza di tratti depressivi (Kraut 2002). In particolare, l’abuso di Internet e delle sue applicazioni interattive più additive sarebbe sollecitato da bassa stima di sé, instabilità emotiva, scarso controllo degli impulsi, inibizione relazionale, tendenza al ritiro sociale, solitudine (Del Miglio et al., cit in Cantelmi et al.,2000). Caplan (2007) ha verificato che l’associazione tra la solitudine e le conseguenze negative dell’uso di Internet è  mediata dalla preferenza per le interazioni sociali online, le quali consentono agli individui con particolari problemi sociali di percepire loro stessi come più sicuri e più a proprio agio rispetto alle tradizionali interazioni faccia a faccia; tuttavia, non è solo una questione riguardante l’autopercezione individuale di desiderabilità sociale, in quanto l’individuo deve avere allo stesso tempo la percezione di ricevere il supporto sociale adeguato. In tal caso, quando il livello di supporto sociale è percepito come inadeguato, è stato riscontrato un incremento di PIU (Özcan, 2007; Swickert, 2002).
In questo campo l’attenzione è stata rivolta anche ai processi cognitivi, in particolare alle strategie di coping. L’importanza delle strategie di coping è stata sottolineata da Seepersad (2004) il quale ha trovato una corrispondenza tra la tendenza ad utilizzare strategie di evitamento e l’utilizzo di strategie di evitamento passivo come visitare siti d’intrattenimento (chat rooms, giochi online, ecc.); essa costituirebbe un predittore per PIU.
Da una recente ricerca svolta in ambito italiano (Milani 2009) emergono risultati simili alle precedenti ricerche in quanto  gli adolescenti che presentano sintomi di PIU hanno relazioni interpersonali di qualità più bassa rispetto a quelli che non li presentano; inoltre, gli adolescenti con PIU sembrano utilizzare Internet prevalentemente per socializzare piuttosto che per altri scopi, come cercare informazioni. Sembra esserci anche una reciproca influenza tra la bassa qualità delle relazioni sociali e la tendenza ad utilizzare strategie di coping di evitamento, portando l’individuo a reagire a situazioni di stress psicologico evitando la fonte dello stress e trovando rifugio nel mondo virtuale. Anche da altre ricerche è emerso che:
  • è propriamente la funzione sociale di Internet a spiegare la dipendenza dai media in quanto gli adolescenti che usano Internet con lo scopo di socializzare sono quelli più esposti allo sviluppo di PIU (Li SM 2007; Yang 2007)
  • la mancanza di relazioni sociali forti è stabilmente associata alla possibilità di sviluppo di comportamenti problematici nell’interazione con le nuove tecnologie della comunicazione (Lu HY 2008; Cheng 2008; Douglas 2008).
Diversi studi (Cantelmi et al., 2000; La Barbera 2005) sottolineano la comorbilità della dipendenza da Internet con altre patologie psichiatriche quali disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbo da uso di sostanze, disturbi di personalità, quadri misti con intense componenti di ansia relazionale e condotte di evitamento sociale, disturbi del controllo degli impulsi. Inoltre, sembrano essere più esposti allo sviluppo della IAD soggetti con alto grado di informatizzazione che svolgono lavori notturni o isolati geograficamente (Cantelmi 2000) o che vivono situazioni ambientali sfavorevoli come burn-out, disoccupazione, problemi coniugali (La Barbera 2005).
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